BUR
Opera di uno dei più famosi scrittori inglesi del Novecento, il romanzo
racconta la storia di S. Elena, la madre dell’imperatore Costantino, da
sempre ricordato per aver concesso libertà di culto ai cristiani.
Elena vive le vicende drammatiche della sua famiglia e dell’impero con
apertura totale. Di fronte al muro costruito per dividere il mondo civile
dalle genti selvagge, chiede: “Roma non andrà mai al di là del
muro?...invece di barbari che sconfinano dentro potrebbe la Città
sconfinare fuori?....Il muro non potrebbe stare ai limiti del mondo e la
Città essere di tutti gli uomini civili e barbari?”
L’incontro con diverse religioni, credenze, filosofie, non riesce a
soddisfare il suo bisogno di ragioni adeguate per credere: le sue domande,
che sono semplici e dirette, non intellettuali: “Se mai trovassi un
maestro, dovrebbe essere uno che chiama a sé i bambini.”, la portano ad
interrogare il cristiano Lattanzio: “Questo dio, se ti domandassi quando e
come lo si è potuto vedere, cosa mi diresti? .. E come lo sai?” “Direi che
come uomo è morto 278 anni fa nella città che oggi viene chiamata Elia
Capitolina in Palestina. .. Abbiamo i resoconti scritti dei testimoni.
Inoltre c’è la memoria viva della Chiesa. Ci sono notizie tramandate di
padre in figlio, luoghi invisibili segnati dalla memoria: la grotta dove
nacque, la tomba in cui fu deposto il suo corpo, il sepolcro di Pietro…”
“Nessuno lo vede, da quasi trecento anni?” “Qualcuno l’ha visto. I martiri
lo vedono ora.” “E tu?” ….
Il battesimo che riceve senza particolari festeggiamenti segna l’inizio
del cambiamento: il sentimento di appartenenza non dovuta alla parentela o
al rango sociale (l’ambulante e il lavandaio, l’avvocato e lo scrivano,
tutti e ciascuno possono essere una cosa sola con l’Imperatrice Madre nel
Corpo Mistico. E anche i tanti pagani da un momento all’altro possono
diventare una cosa sola con loro) e il compito: in un mondo decadente,
dove sembra che alla fede si sostituisca un vano gioco di parole, Elena
sente di dover cerca la croce di Cristo e lo dice a Papa Silvestro: “..in
questo momento ce n’è tanto bisogno…c’è bisogno di un robusto pezzo di
legno che (Dio) non vede l’ora di potergli sbattere sulla zucca, a quegli
stupidi. Io vado a cercare”
“Me lo direte, vero? se riuscirete a trovarla.” “lo dirò al mondo”.
Il libro non è un testo di storia, né di archeologia; dove le fonti non
forniscono dati certi, supplisce l’invenzione dell’autore, che, senza
violare l’autenticità storica (c’è ben poco che non trovi pezzi d’appoggio
nella tradizione o nei documenti dell’epoca), introduce alcuni elementi
anacronistici come espedienti letterari.
Nel romanzo, che considera il suo capolavoro e che risulta interessante da
tutti i punti di vista: del contenuto, della forma, ecc., mi sembra che
Waugh sia riuscito a dare “la forma giusta alla cosa giusta”.(cfr. pag.
87).
Nel 1952, in un’intervista alla BBC, spiegando perché avesse scelto una
santa come protagonista di un romanzo disse: “Quello che possiamo imparare
dai santi è qualcosa sul modo con cui Dio opera. Egli vuole una cosa
diversa da ciascuno di noi, faticosa o agevole, straordinaria o
completamente normale, ma qualcosa che solo noi possiamo fare e per la
quale ognuno di noi è stato creato.” Nella lettera ad un amico scrisse
poi: “Non serve a nulla dire: “Vorrei essere come Giovanna d’Arco o san
Giovanni della Croce.” Io posso essere solo sant’Evelyn Waugh”. Esprimeva
la coscienza di essere stato chiamato a collaborare con Dio usando il
particolare talento di cui lo aveva dotato. |