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LA MORTE E LA FANCIULLA, Quarto tempo
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Si tratta di un quartetto d’archi in re minore che Schubert ha scritto come occasione per meditare sul mistero della morte. I primi tre tempi descrivono l’irrompere di questa contraddizione dentro la danza della vita della giovane fanciulla. La morte appare in tutta la sua drammaticità: nonostante i tentativi per eluderla, essa segna l’avventura della vita umana. Ma la meditazione di Schubert non si ferma a questa constatazione (peraltro abbastanza diffusa in ogni cultura); nel quarto tempo accade qualcosa di imprevisto: la morte si rivela passaggio interno all’essere. C’è qualcosa nell’uomo che non è intaccabile dal fenomeno della morte. Sentiamo il commento di Luigi Giussani su questo quarto tempo:
“La realtà è segno. La morte non è l’ultima parola, così come la corruzione delle forme non è la verità delle cose. Ecco infatti che la vita, che sembra finire, non muore, ma cammina dentro l’eterno, come dice una canzone di Adriana Mascagni: “nell’essere tu fammi camminare”. La quarta parte dell’opera di Schubert possiamo chiamarla la cavalcata dell’eterno: è la descrizione di una vibrazione positiva e vittoriosa, come una cavalcata, un correre nei campi grandi del cielo con tutta la compagnia che ora ci sta attorno, perché l’eterno è la verità del presente, ed è bello immaginarsela a cavallo. Il mistero che fa tutte le cose le ha concepite con questa lucida positività, con questo amore ultimo, perché tutto è destinato alla felicità.Bisogna sfondare tutti i limiti: allora si incomincia a essere felici sulla terra: “Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù”. Quello di Schubert è un sì misterioso, perche non conosce il volto del destino, ma sa che c’è, ci deve essere… la grande cavalcata”. (Dall’introduzione nel libretto del CD La morte e la fanciulla, collana Spirto Gentil, edizioni Deutsche Grammohon).
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