IL POPOLO EBRAICO

 

KADDISH

 

SHIHARTI ET DEVIRECH

 

BARUCH MORDECHAI

 

MORENIKA


(MIRIAM MEGHNAGI)

 

Proponiamo in questa sezione alcuni canti ebraici tradizionali in varie lingue ebraiche interpretati da una grande cantante israeliana, Miriam Meghnagi.

Si tratta di canti popolari sorti dal medioevo in poi tra gli ebrei della diaspora. Sono indicativi della memoria biblica di questo popolo che da quattromila anni a questa parte attraversa la storia degli uomini.

 

I canti sono tratti dal CD di Miriam Meghnagi dal titolo SHIRAT MIRIAM – Canto esiliato – Songs in Exile, edito dalla Fonè

 

 

KADDISH

 

Una delle più antiche preghiere ebraiche da cui trae la sua origine il Pater Noster  cristiano.

Questa è la versione cantata a Livorno in occasione della festa ebraica del Purim.

La lingua è insieme ebraico e Bajitto, il dialetto parlato anticamente dagli Ebrei di Livorno, composto da Toscano-Ebraico-Spagnolo-Portoghese.

Leggiamo in prosito un esempio di queste preghiere nel salmo 8:

 

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,

che cosa è l`uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell`uomo perché te ne curi?

Eppure l`hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

 

Sei tu che hai creato le mie viscere

e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le tue opere,

tu mi conosci fino in fondo.

Quanto profondi per me i tuoi pensieri,

quanto grande il loro numero, o Dio;

se li conto sono più della sabbia,

se li credo finiti, con te sono ancora.

 

 

SHIHARTI ET DEVIRECH

 

Canto ispirato alla tradizione mistica ebraica, su versi biblici sparsi.

Anche questo canto viene da Livorno per l’occasione della festa del Purim.

La lingua è anche qui un misto di Ebraico e Bajitto.

Leggiamo anche qui il modello nei salmi:

 

Ti amo, Signore, mia forza,

Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;

mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;

mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

Invoco il Signore, degno di lode,

e sarò salvato dai miei nemici.

Nel mio affanno invocai il Signore,

nell`angoscia gridai al mio Dio:

dal suo tempio ascoltò la mia voce,

al suo orecchio pervenne il mio grido.

«Il Signore è la mia roccia,

la mia fortezza, il mio liberatore,

il mio Dio, la mia rupe in cui mi rifugio,

il mio scudo, la mia salvezza, il mio riparo!

Sei la mia roccaforte che mi salva:

tu mi salvi dalla violenza.

 

 

BARUCH MORDECHAI

 

Canto religioso di origine popolare ispirato alla vicenda della Regina Ester e di Mardocheo. E’ dunque il canto più tipico della festa del Purim.

 

La festa del Purim

E’ una festa popolare giudaica. E’ detta anche festa delle sorti (da pur), in quanto ricorda la liberazione degli ebrei in Persia.

Si tratta dalla vicenda narrata nel libro di Ester, inquadrata al tempo del regno di Serse (485-465 a.C.). Gli ebrei che si trovavano nel territorio dell’Impero Persiano (molti erano già rientrati a Gerusalemme dopo che proprio i persiani con la conquista del regno babilonese avevano posto fine al loro esilio forzato) furono oggetto di odio da parte di Aman, primo dignitario e consigliere del re. Il motivo dell’odio risiedeva nel fatto che il capo degli ebrei nella capitale persiana (Ecbatana), di nome Mardocheo, si rifiutava di venerare la divinità del potere imperiale. Aman riuscì a convincere il Re a decretare lo sterminio degli ebrei. Il Re però aveva da poco tempo nominato sua regina una ragazza ebrea, Ester, a causa della sua bellezza; Ester, benchè senza potere sul regno, fu convinta da Mardocheo a intercedere per gli ebrei, sapendo che con ciò rischiava la sua stessa vita. Per poter affrontare questa situazione apparentemente irrisolvibile, Ester si affidò a Dio con una celebre preghiera:

 

La regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un`angoscia mortale. Si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto; invece dei superbi profumi si riempì la testa di ceneri e di immondizie. Umiliò molto il suo corpo e con i capelli sconvolti si muoveva dove prima era abituata agli ornamenti festivi. Poi supplicò il Signore e disse: «Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta.

Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto loro secondo quanto avevi promesso. Ora abbiamo peccato contro di te e ci hai messi nelle mani dei nostri nemici, per aver noi dato gloria ai loro dei. Tu sei giusto, Signore!

Ma ora non si sono accontentati dell’amarezza della nostra schiavitù, hanno anche posto le mani sulle mani dei loro idoli, giurando di abolire l`oracolo della tua bocca, di sterminare la tua eredità, di chiudere la bocca di quelli che ti lodano e spegnere la gloria del tuo tempio e il tuo altare, di aprire invece la bocca delle nazioni a lodare gli idoli vani e a proclamare per sempre la propria ammirazione per un re di carne.

Non consegnare, Signore, il tuo scettro a dei che neppure esistono. Non abbiano a ridere della nostra caduta…

Ricordati, Signore; manifèstati nel giorno della nostra afflizione e a me dá coraggio, o re degli dei e signore di ogni autorità. Metti nella mia bocca una parola ben misurata di fronte al leone…

Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore!

Tu hai conoscenza di tutto e sai che io odio la gloria degli empi e detesto il letto dei non circoncisi e di qualunque straniero. Tu sai che mi trovo nella necessità, che detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa; lo detesto come un panno immondo e non lo porto nei giorni in cui mi tengo appartata. La tua serva non ha mangiato alla tavola di Amàn né ha onorato il banchetto del re né bevuto il vino delle libazioni. La tua serva da quando ha cambiato condizione fino ad oggi, non ha gioito di nulla, se non di te, Signore, Dio di Abramo.

Dio, che su tutti eserciti la forza, ascolta la voce dei disperati e liberaci dalla mano dei malvagi; libera me dalla mia angoscia!».

 

Il Re accolse la supplica di Ester e Aman, riconosciuto colpevole, fu condannato.

Da allora questa liberazione provvidenziale e decisiva per il popolo ebraico è stata celebrata con una grande festa annuale, nota come ‘il carnevale ebraico’ per i travestimenti popolari e per i festeggiamenti gastronomici. Questa festa è anche un simbolo di tutti gli interventi di Dio per salvare Israele nei momenti più terribili della sua storia.

 

 

 

MORENIKA

 

Canto popolare ispirato al Cantico dei Cantici. Risale al XIV secolo; proviene dalla Spagna, in lingua ladina.

Il Cantico dei Cantici è un libro biblico dedicato al tema dell’amore. Descrive la vicenda di uno sposo e di una sposa che si cercano e dialogano tra loro. Sia gli ebrei che i Padri della Chiesa hanno visto in questo libro la descrizione dell’amore di Dio per il suo popolo, di Cristo per la Chiesa, sua Sposa.

Leggiamo alcune parole di questo libro:

 

La sposa: Una voce! Il mio diletto!

Eccolo, viene

saltando per i monti,

balzando per le colline.

Somiglia il mio diletto a un capriolo

o ad un cerbiatto.

Eccolo, egli sta

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia attraverso le inferriate.

Ora parla il mio diletto e mi dice:

«Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

Perché, ecco, l`inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n`è andata;

i fiori sono apparsi nei campi,

il tempo del canto è tornato…

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro». (dal capitolo primo)

 

 

 

 

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